A inutili elucubrazioni che in questi giorni si stanno facendo in ordine alla trasformazione di E.I.P.L.I. (Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania ed Irpinia) in SPA, c’è una sola risposta da dare: l’acqua è un bene demaniale (articolo 144, comma 1, del codice dell’ambiente); e dunque è in proprietà collettiva demaniale del popolo italiano a titolo di sovranità e deve essere gestita nell’interesse esclusivo di questi (il vero proprietario) soddisfacendo tutti gli interessi pubblici, anche quelli connessi (tutela dell’ambiente, tutela dagli inquinamenti ecc. articolo 144, comma 3, del codice dell’ambiente).

La trasformazione in SPA pone come fine della captazione e della distribuzione dell’acqua, non il pieno soddisfacimento del popolo italiano, ma il lucro dei soci della stessa SPA, secondo la disciplina propria del diritto privato.

D’altro canto è da tener presente che l’articolo 24 del Decreto Crescita, così come modificato dall’emendamento Daga, è incostituzionale perché viola l’articolo 43 della Costituzione, secondo il quale i servizi pubblici essenziali (tra cui primeggia la captazione e la distribuzione dell’acqua) e le fonti di energia (non si dimentichi che anche l’acqua produce energia) devono essere in mano pubblica o in mano di comunità di lavoratori e di utenti.

C’è da chiedersi poi qual è la necessità di questa trasformazione, che prima o poi, vedrà la messa al bando della gestione del servizio idrico. In quella sede, non è chi non veda come qualsiasi società soprattutto straniera potrà impadronirsi della captazione e gestione dell’acqua che alimenta quasi tutta l’Italia Meridionale.

È da chiedersi infine che se la SPA ha solo un capitale pubblico, quello trasferito dall’Ente soppresso, dove prenderà le risorse economiche per attuare la captazione e la distribuzione dell’acqua?

Si gioca intorno ai nomi, ma poi è sempre il popolo che deve pagare.

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