Gli effetti del neoliberismo sono sotto gli occhi di tutti. Esempio emblematico è quello dell’Ilva di Taranto.

Di fronte ai problemi della globalizzazione dei mercati e dello sviluppo tecnologico i governi italiani hanno insensatamente risposto con la privatizzazione delle loro industrie strategiche: un vero disastro.

È assurdo pensare che la soluzione di problemi mondiali possa essere risolta da soggetti che non hanno nessun senso dello Stato e sono privi dell’obbligo di perseguire l’utilità sociale (avendo come fine solo l’utile dei soci).

Nel momento in cui l’intervento dello Stato nell’economia doveva avere la maggior forza possibile, i nostri governanti hanno fatto il contrario: si sono affidati a soggetti inesperti e a multinazionali straniere.

Taranto deve ora essere il punto di svolta. Per fortuna lo stabilimento è ancora in proprietà italiana ed è lo Stato italiano che deve provvedere: da un lato alla ristrutturazione dell’impresa, per rispondere correttamente alle esigenze del mercato, e dall’altro al reimpiego dei lavoratori in altri settori di attività, anche utilizzando l’area attualmente occupata dalla fabbrica e che non servirebbe più ai fini dell’impresa.

I fatti avrebbero finalmente dovuto convincere il governo che ricorrere a multinazionali straniere significa tradire la Patria, con la probabile conseguenza che movimenti spontanei, come quello delle sardine, possa chiedere giustizia contro i responsabili.

È inutile crogiolarsi nelle lamentele, come fanno oggi quasi tutti gli opinionisti. Bisogna agire con forza e tempestività, evitando ulteriori sprechi del nostro denaro pubblico.

Vogliamo dire che è incoerente proseguire in una sperata composizione dei rapporti con ArcelorMittal. Questi deve andar via e al suo posto deve agire lo Stato italiano, nell’interesse degli italiani.

Contro ArcelorMittal deve essere applicato innanzitutto l’articolo 1453 del Codice civile, che prevede la risoluzione del contratto per inadempimento di una delle parti, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno.

Contro questa ditta, inaffidabile sotto qualsiasi punto di vista (la quale ci ha fatto perdere anche tempo prezioso), non c’è altra via che quella giudiziaria.

Un aspetto importante potrebbe provenire anche da quanto dispone l’articolo 45 della Costituzione e cioè il governo dell’azienda da parte degli stessi lavoratori che potrebbero costituirsi in cooperativa mutualistica.

Assurda ci sembra l’idea di spendere altri denari per realizzare un nuovo piano industriale e poi rimettere l’azienda sul mercato globale. Che entri nella dura cervice dei nostri governanti l’idea che il mercato generale non è un interlocutore affidabile e comunque la fa da padrone, pur essendo un colosso dai piedi di argilla.

Comunque se l’Italia vuole ricostruire il suo patrimonio pubblico, Essa deve agire attraverso le nazionalizzazioni e deve avere un atteggiamento dignitoso e fermo nei confronti delle fameliche e distruttrici multinazionali.

La nostra forza risiede nella Costituzione, i cui articoli 41 e 42 contengono norme imperative di ordine pubblico economico, la cui violazione comporta anche l’annullamento dei contratti ai sensi dell’articolo 1418 del Codice civile.

Che valgano la nostra la nostra Costituzione, che è legge fondamentale dello Stato, nonché le norme del Codice civile. Ricordiamo che la Costituzione, oltre ai citati articoli 41 e 42, contiene anche l’articolo 43, secondo il quale le industrie strategiche che attengono a fonti di energia o a servizi pubblici essenziali o a situazioni di monopolio devono essere in mano dello Stato o di comunità di lavoratori o utenti.

Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

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