Paolo Maddelna

Nella storia della Comunità, e poi dell’Unione europea, c’è stato sempre un sotterraneo contrasto tra chi ha visto questo legame tra i Paesi membri come un rapporto di diritto internazionale in un’area di libero scambio, e di chi ha visto, come il nostro De Gasperi, il francese Schuman e il tedesco Adenauer, al momento della fondazione, la istituzione di una vera Comunità. Nella quale i vari Paesi si aiutano a vicenda, tenendo fermo il principio dell’eguaglianza economica e sociale e avendo come fine il progresso materiale e spirituale di tutti.

Questo contrasto di fondo è venuto alla luce nei quattro giorni che sono stati spesi per decidere sul Recovery fund.

Hanno tolto la maschera Olanda, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia, che si sono dimostrati Paesi non “frugali”, come si sono auto definiti, ma “egoisti e predatori”, mentre d’altro canto hanno dimostrato spirito comunitario tutti gli altri Paesi.

Possiamo dire che lo spirito comunitario ha prevalso e che quello egoistico è ora identificabile in un preciso numero di Paesi, per i quali occorrerebbe a nostro avviso, costruire dei ponti d’oro per la loro uscita dall’Unione.

Essi, come l’Inghilterra, non hanno mai dimostrato un animo europeista, ed è bene che si accodino nella loro politica a quella della loro madre britannica.

Un plauso va dato a Ursula Von der Leyen, che è stata la prima e più tenace assertrice del pensiero comunitario, riuscendo in modo brillante a tirare dalla sua parte anche Angela Merkel e un plauso particolare al nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale ha ridato piena dignità all’Italia, trattando alla pari e senza nessuno scrupolo, il suo contraddittore olandese Mark Rutte.

Ora si pongono due grandi problemi: ricostruire l’Italia e ricostruire l’Europa.

C’è infatti un ulteriore nemico che impedisce questa ricostruzione e che ancora si mantiene invisibile: la forza della finanza e delle multinazionali, in una parola, il pensiero economico predatorio neoliberista, che ancora appare nascosto, insidioso e, per questo, universalmente accettato.

Vorremmo che il nostro Presidente del Consiglio Conte ne prendesse coscienza e giustificasse la sua giusta opposizione al Mes proprio in virtù del fatto che esso rafforzerebbe il pensiero neoliberista, in base al quale i Paesi più forti devono mantenere nell’indebitamento i Paesi più deboli per sopraffarli e sottometterli.

Questo dato non emerge dalle parole del segretario del PD Nicola Zingaretti, il quale vorrebbe accedere al prestito Mes, senza tener conto che il relativo importo dei 36 milioni di prestito è stato già concesso nell’ammontare del Recovery Fund e che comunque l’Italia, dopo il successo ottenuto in quest’ultimo vertice, può serenamente contare su una costante diminuzione dello spread sul mercato generale.

Vedremo se il nostro Presidente del Consiglio, nel programmare i piani di investimento che l’Italia dovrà porre in essere con i fondi ottenuti, si manterrà succube all’attuale sistema economico predatorio neoliberista, oppure comincerà a muovere i primi passi verso la riconquista del sistema economico produttivo di stampo keynesiano voluto dalla nostra Costituzione repubblicana.

Indici importanti saranno a questo riguardo il NO alle privatizzazioni, alle svendite e alle delocalizzazioni (contro le quali il governo gode del potere del golden power, cioè di un vero e proprio diritto di veto), e il SI per le nazionalizzazioni delle industrie strategiche, delle fonti di energia, dei servizi pubblici essenziali, delle situazioni di monopolio, e di ogni altra fonte di produzione di ricchezza nazionale (secondo il principio: si vedono i frutti e le merci e non gli alberi e le fabbriche), come prescrive l’articolo 43 Cost., restituendo all’Italia una autonoma politica economica interna che sia conforme alla politica economica europea.

Se questo governo agisse nel modo descritto, potremmo dire che l’Italia si è posta sui binari giusti per eliminare gli ostacoli che impediscono lo svolgimento della persona umana (art. 3, comma 2 Cost.) e lo sviluppo materiale e spirituale della società (art. 4, comma 2 Cost.).

Discorso analogo è da fare per l’Europa, nella quale, purtroppo, Germania e Francia non hanno agito finora in modo pienamente coerente con lo spirito dei Trattati. La cartina di tornasole di una reale volontà comunitaria saranno l’eliminazione di paradisi fiscali e di azioni di dumping all’interno dell’Europa, la costruzione di un sistema fiscale unitario per tutti i Paesi membri e una legislazione del diritto del lavoro eguale per tutti i lavoratori europei.

Potrebbe sembrare un sogno, ma se non lo si realizzasse, all’Italia non resterebbe altra via che quella di scegliersi altri partner, come Grecia, Spagna e Portogallo, e forse Francia, più vicini ad essa per cultura, storia e tradizioni.

Insomma, sia a livello italiano, sia a livello europeo, non c’è altro da fare che seguire gli insegnamenti del titolo terzo della parte seconda della nostra Costituzione repubblicana e democratica, la quale è e resta un esempio per tutti.

Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

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