Le proposte di Salvini che Di Maio non dovrebbe accettare riguardano l’impoverimento dei poteri delle istituzioni democratiche e il sistema tributario.

Quanto a quest’ultimo è agevole ricordare che l’articolo 53 della Costituzione impone un sistema di tassazione progressiva e che la flat tax è in sostanza un sistema proporzionale. Lo stesso Mario Monti, noto esponente del pensiero neoliberista, ha sottolineato in televisione che la flat tax accentua la distanza tra ricchi e poveri, e quindi, aggiungiamo noi, contrasta anche con il principio di eguaglianza economica, di cui all’articolo 3 comma 2 della Costituzione.

Pericolosissime per la vita dello Stato democratico sono poi le proposte che riguardano l’introduzione del vincolo di mandato (non solo per arginare il cosiddetto “cambio di casacca”, ma in buona sostanza per qualsiasi decisione occorra adottare), e la istituzione di un Comitato di riconciliazione.

Introdurre il vincolo di mandato significa abrogare l’articolo 67 della Costituzione e togliere al singolo parlamentare, e cioè all’eletto dal popolo proprio per le sue qualità personali, la possibilità di scegliere la soluzione conforme all’interesse generale della nazione, dovendosi egli uniformare alle scelte del suo partito (e, più precisamente del suo Capo partito). In tal modo, si vìola apertamente l’articolo 49 della Costituzione, che riconosce all’elettore il “diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Come agevolmente si nota queste modifiche, unite all’istituzione di un Comitato di riconciliazione, gettano un vulnus nefasto e aberrante contro le istituzioni democratiche.

Con l’istituzione del Comitato di riconciliazione (da ritenere del tutto incostituzionale) infatti la situazione peggiora ulteriormente sino a diventare irreparabile. Secondo detta proposta, le diverse opinioni espresse in sede di governo dai vari Ministri, anziché trovare una loro soluzione in sede di “Comitato dei Ministri”, come prevede la legge numero 400 del 1988, e in ogni caso in sede parlamentare (e cioè in una sede istituzionale), sono rimesse alla decisione degli stessi partiti e, quindi, al di fuori delle istituzioni.

Ne consegue, inoltre, che il Presidente del consiglio dei Ministri, il quale dovrebbe “dirigere la politica generale del governo” (articolo 95 Cost.), viene esautorato dei suoi poteri e sottoposto continuamente alle mutevoli decisioni partitiche. Insomma, da un lato si indebolisce fortemente il governo e dall’altro si annulla la funzione “decisoria” del parlamento. A questo punto, (si fa per dire) essendo tutto rimesso, alla resa dei conti, ai Capi di partito, si potrebbe anche sopprimere il parlamento con tutte le spese che comporta. Quello che è certo, è che queste proposte sono antidemocratiche e aprono la via alla concentrazione dei poteri in una, per ora, “oligarchia” di partiti e, Dio non voglia, alla concentrazione dei poteri in un solo partito. Attenzione, in nome di pericolose ideologie, potrebbe essere distrutta la “sovranità del Popolo italiano” (articolo 1 Cost).

 

Paolo Maddalena

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