Paolo Maddelna

Oggi la stampa registra una affermazione del Ministro delle infrastrutture e mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, che rimarca l’importanza di un incontro che egli avrà in settimana con la Commissione europea, sulla questione Alitalia.

Si tratta di una questione che è stata posta sin dall’inizio su binari sbagliati, come voluto dal pensiero unico dominante del neoliberismo, per cui oggi l’esistenza stessa della nostra compagnia di bandiera, che è stata un simbolo dell’italianità nel mondo, soggiace alle ristrette visuali anti italiane di una commissaria europea alla concorrenza, Margrethe Vestager, il cui atteggiamento è fortemente ostile alla ripresa economica di Alitalia, come emerge dal fatto che per i ristori dovuti per la crisi pandemica, mentre Francia e Germania hanno ricevuto 7 miliardi di euro, l’Italia ha ricevuto solo pochi spiccioli, per l’assurda considerazione che essa si trovava in difficoltà economiche già prima della crisi.

Ora il problema riguarda la nazionalizzazione di Alitalia, che è implicita nel “decreto cura Italia” e nel “decreto rilancio” del governo Conte due e, alla quale l’accennata Margrethe Vestager sta ponendo molti intralci.

Sia ben chiaro che in questa vicenda l’Europa non c’entra assolutamente e non deve permettersi di porre il bastone fra le ruote alle operazioni di rafforzamento e di sviluppo della nostra compagnia aerea.

È da sottolineare in proposito che, come Germania insegna e come afferma una consolidata giurisprudenza costituzionale, quando si tratta di principi fondamentali e di diritti fondamentali, o addirittura della struttura stessa dello Stato, le norme costituzionali prevalgono sui Trattati.

È da tenere presente infatti che l’impresa pubblica Alitalia apparteneva all’I.R.I. che era un Ente pubblico economico, sottratto alle leggi di mercato e, in particolare, al fallimento e agli istituti a questo collegati, ai sensi dell’articolo 1 della legge fallimentare. Pertanto la sua privatizzazione viola il principio imperativo espresso dall’articolo 41 della Costituzione, secondo il quale: “l’iniziativa privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.” In altri termini, trattandosi di un’operazione contraria all’utilità sociale, la privatizzazione in parola rientra nelle previsioni dell’articolo 1418 del Codice civile per il quale sono nulli senza limiti di tempo gli atti e i contratti che violinino i principi imperativi.

Ed è evidente che, se questa norma vale per i privati, i quali devono perseguire la funzione sociale del bene, a maggior ragione vale per gli Enti pubblici, che costituiscono di per se l’attuazione dell’utilità sociale.

Inoltre è da tener presente che l’Ente pubblico economico è strutturalmente parte dello Stato comunità e non può essere posto in discussione, poiché la sua disciplina rientra esclusivamente nei poteri sovrani dello Stato.

Né è possibile affermare che, ai sensi dell’articolo 11 della Costituzione, l’Italia consente a limitazioni di sovranità, e in condizioni di parità con gli altri Stati, per la costituzione di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni, poiché la privatizzazione dell’I.R.I. ha natura esclusivamente economica, è diretta alla distruzione dell’economia italiana e non persegue certo la parità e la giustizia neanche all’interno del nostro ordinamento.

Analoghe ragioni riguardano anche l’impresa pubblica Alitalia, la quale, rimasta orfana dell’I.R.I., è stata poi privatizzata dal governo Berlusconi, divenendo una S.p.A., insieme con l’araba Ethiad, la quale ha agito contro la nostra compagnia abbandonandola poi al proprio destino.

È da sottolineare inoltre che Alitalia, continuando ad essere elemento strutturale del nostro Stato/Comunità, come lo era l’Ente pubblico I.R.I. prima della sua nefasta trasformazione in S.p.A., non può essere oggetto di trattative con l’Unione europea e le sue sorti dipendono soltanto dai poteri sovrani del governo e del Parlamento italiano.

Essa peraltro, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, trattandosi di impresa pubblica di grande interesse generale, deve essere in mano pubblica o di comunità di lavoratori o di utenti, e non può subire limitazioni da parte della Commissione europea.

Voglio dire che Alitalia non deve chiamarsi Ita e deve mantenere il suo prestigioso marchio, che l’ha resa famosa in tutto il mondo, nonché tutti i suoi servizi e il suo personale di aria e di terra. A questo fine dovrebbero essere utilizzati i fondi del Recovery Plan, anche se Draghi non né ha fatto alcun riferimento nel documento presentato a Bruxelles.

Si tenga presente che le rotte aeree costituiscono una importantissima fonte di produzione di ricchezza nazionale e cioè un patrimonio pubblico economico che non può subire restrizioni dall’Unione europea.

Per questo sono convinto che il governo italiano deve puntare, ai fini della ripresa economica italiana, proprio sullo sviluppo di Alitalia, ponendo al suo comando validi manager, che sappiano utilizzare a fondo le opportunità economiche che offrono le rotte aeree, le quali sono state accaparrate da Francia e Germania anche con ingiusto sostegno europeo e non si vede perché non debbano essere utilizzate anche dalla nostra compagnia di bandiera.

L’articolo 52 della Costituzione dice che difendere la patria è dovere sacro del cittadino ed ora tutti siamo chiamati a difendere la nostra compagnia aerea che è simbolo dell’Italia in tutto il mondo e che non può essere calpestata, sotto la spinta egoistica di un sistema economico patologico, predatorio, cinico, immorale, incostituzionale qual è il sistema neoliberista che domina ancora in Europa, mentre in molti Stati, a cominciare dagli Stati Uniti, esso viene sostituito dal fisiologico e produttivo sistema economico keynesiano.

Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

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