Paolo Maddelna

Dopo il diniego all’approvazione del bilancio europeo, a cui è subordinata l’erogazione del Recovery Fund, da parte dell’Ungheria e della Polonia, si è aggiunta anche la Slovenia. Secondo la quale la definizione “Stato di diritto” (condizione essenziale per ottenere i fondi del Recovery Fund) può essere definita soltanto da un organo giurisdizionale indipendente e non da un organo politico. Pertanto gli organismi europei non potrebbero utilizzare questo concetto ai fini della distribuzione delle somme in questione.

A nostro avviso è arrivato il momento di rivedere dalle fondamenta la struttura geopolitica dell’Europa, essendo impossibile che facciano parte dell’Unione europea Paesi antidemocratici, come i tre sopra menzionati, e Paesi cosiddetti frugali (Austria, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia), che si sono chiaramente opposti al Recovery Fund.

È altresì inammissibile che in un’Unione di Stati ci siano paradisi fiscali (Olanda, Cipro, Malta, Lussemburgo, Irlanda e la stessa Ungheria).

In questa situazione, il prima passo da compiere è sul piano politico, e c’è comunque da ricordare che il comportamento dei suddetti Stati membri impedisce all’Unione europea il perseguimento dei suoi fondamentali scopi, che sono la stabilità dei prezzi e la coesione economica e sociale. Un mancato perseguimento che implica l’impossibilità di permanere nell’Unione, ai sensi dell’articolo 60 della Convenzione dell’Aja sui Trattati, alla quale hanno aderito tutti gli Stati che fanno parte dell’Unione europea.

Se poi teniamo conto che gli Stati membri dell’Europa economicamente più forti, ispirandosi ai principi del sistema economico predatorio neoliberista, si appropriano delle fonti di produzione di ricchezza degli altri Paesi (per quanto ci riguarda le nostre fonti di ricchezza sono state prevalentemente acquisite da Francia e Germania) appare estremamente più urgente una totale revisione almeno dei Tratti di Maastricht e di Lisbona.

Se questi obiettivi non venissero perseguiti, a nostro sommesso avviso, l’Italia dovrebbe farsi promotrice di un nuovo assetto geopolitico dell’Europa che sposti il suo baricentro sul mediterraneo, in stretta collaborazione con Paesi tra loro affini per cultura e tradizione.

Sul piano dell’economia interna italiana, è incredibile quanto sta avvenendo a proposito della fibra ottica. Siamo arrivati al punto che un fondo straniero, Mecquarie totalmente australiano, dichiara di voler acquistare il 40% di Open Fiber, la quale dovrebbe essere parte della società gestrice della fibra ottica in Italia, per rivenderlo a un prezzo maggiorato ad altri acquirenti stranieri.

Come si nota gli interessi italiani vengono talmente calpestati da essere oggetto di sfacciata speculazione da parte di soggetti stranieri.

È questa la conseguenza della sconsiderata scelta dei nostri governanti, i quali, dall’assassinio di Aldo Moro in poi, con leggi incostituzionali, hanno trasformato il sistema economico produttivo di stampo keynesiano, voluto dalla Costituzione, in un sistema economico predatorio neoliberista, in virtù del quale, come accennato, gli stessi Paesi europei si sono appropriati delle nostre fonti di produzione di ricchezza e cioè dei servizi pubblici essenziali, delle fonti di energia e delle situazioni di monopolio, che devono essere in mano pubblica o di comunità di lavoratori o di utenti, come precisa l’articolo 43 della Costituzione.

Altro fatto estremamente impressionante è quello che riguarda le Autostrade, per le quali la gip Paola Faggioni ha accertato che il dirigente Aspi (società che fa capo ai Benetton) Michele Donferri, come inappellabilmente attestano alcune intercettazioni telefoniche, non solo aveva personalmente accertato che i tiranti del Ponte Morandi erano corrosi, ma ha avuto anche la baldanza di invitare gli esponenti di un organismo di controllo governativo di abbassare il limite stabilito per gli interventi manutentori almeno del 10%, in modo da evitare per Aspi ulteriori spese.

Un atteggiamento che, se verrà confermato con sentenza, è da definire altamente criminale, avendo procurato la morte di 43 vittime a seguito del crollo del ponte in questione.

Quanto abbiamo detto dimostra ancora una volta l’insensatezza e la dannosità dell’aver trasformato gli Enti pubblici economici in società per azioni, le quali gestiscono i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia, non più nell’interesse della nazione, ma nell’interesse della stessa società (e cioè di pochi soci).

Una forma questa che si potrebbe definire di “criminalità legale” ed è certamente in contrasto con i principi e i diritti fondamentali della nostra Costituzione.

Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

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