Paolo Maddelna

Le rilevazioni dei dati del contagio da corona virus mostrano una lieve inversione di tendenza, sia a livello italiano (+848, rispetto ai 927 dell’altro ieri) ed europeo, sia a livello mondiale.

La speranza è che questa tendenza prosegua nei prossimi giorni, in modo che si possa affermare che effettivamente il picco dell’infezione è stato superato.

Sul piano economico le notizie di stampa si concentrano soprattutto sulla questione della fibra ottica, che appare sempre più come una preda sulla quale si avventano gli avvoltoi portatori di interessi privati.

Tim (in cui lo Stato è rappresentato dalla Cassa depositi e prestiti solo per il 9,89%) propone una nuova società (Fibercop) a totale capitale privato, con la maggioranza delle azioni in mano a Tim stessa.

Viceversa Bassanini, amministratore di Openfiber, creata da Renzi con i fondi di Enel e Cassa depositi e prestiti entrambi al 50%, vorrebbe una società pubblica indipendente controllata da Cassa depositi e prestiti.

La dizione è alquanto infelice, poiché la parola “pubblica” implica in sé l’esclusione di altri tipi di appartenenza e non ha quindi bisogno di aggettivazioni.

Si tratta infatti di una proprietà inalienabile, inusucapibile e inespropriabile che, ovviamente, per appartenere a tutti non può andare in mano ai privati.

Accoglibile, a prima vista, appare la proposta della Meloni, la quale insiste sulla necessità della proprietà pubblica della fibra ottica, ma purtroppo ella finisce per smentire se stessa, poiché, essendo soggiogata dal pensiero neoliberista, come tutti i partiti di destra, distingue la proprietà dalla gestione, la quale ultima potrebbe essere affidata a singoli privati secondo il principio di concorrenza dell’attuale sistema economico predatorio neoliberista.

In tale prospettiva appare evidente che la proprietà pubblica di cui parla la Meloni sarebbe quella che, dal punto di vista del Codice civile, si definisce “nuda proprietà”, mentre ai gestori privati spetterebbe quel diritto che lo stesso Codice civile definisce “usufrutto”, nel senso che i proventi della gestione della fibra ottica non tornerebbero al Popolo, ma, come già avviene per le autostrade, andrebbero nelle mani dei gestori privati.

Il concetto non chiaro che ispira la Meloni è che i servizi pubblici essenziali, sia per quanto riguarda l’appartenenza, sia per quanto riguarda la gestione, devono essere entrambi in mano pubblica, in modo che i loro frutti tornino nelle mani del proprietario pubblico, cioè del bilancio dello Stato, come chiaramente sancisce l’articolo 43 della Costituzione.

È da chiarire al riguardo che in questa materia l’errore sta a monte, nel senso che sfugge alla maggioranza la incostituzionalità della trasformazione dell’Ente pubblico economico in Società per azioni (s.p.a.), e cioè l’incostituzionalità delle micidiali privatizzazioni.

Una scelta coerente dunque dovrebbe innanzitutto parlare, non di una nuova società per azioni, la quale deve comunque far sempre l’interesse dei soci e non del Popolo italiano, ma di un Ente pubblico, tenuto per legge a perseguire soltanto gli interessi generali del Popolo sovrano, assommando in sé, come si accennava, sia la proprietà pubblica sia la gestione pubblica (citato art. 43 Cost.).

Insomma a nostro avviso la questione della fibra ottica si è ingarbugliata e ha dato adito alle speculazioni privatistiche di Tim proprio perché si è perso di vista il punto centrale costituito dalla privatizzazione di questo tipo di servizio, che saggiamente era stato nazionalizzato da Fanfani nel 1963, e poi maledettamente privatizzato dal governo Amato del 1992.

Se rispettiamo quanto sancisce la nostra Costituzione repubblicana, una sola è la via d’uscita: il Parlamento, che la stessa Meloni invoca, dovrebbe nazionalizzare questo servizio, che appartiene al Popolo a titolo di sovranità e che, proprio per essere in proprietà di tutti i cittadini, non può essere privatizzato, diventare cioè un bene commerciabile, sia per quanto riguarda la nuda proprietà, sia per quanto riguarda la gestione.

Dunque, in altre parole, il problema non si risolve se i nostri politici non capiscono che l’unica via d’uscita è quella di tornare a un sistema economico produttivo di stampo keynesiano, abrogando l’attuale sistema economico predatorio neoliberista.

Ed è proprio la mancata conoscenza di questa differenza tra keynesianesimo e neoliberismo che ha spinto i 5stelle a proporre da tempo il taglio dei parlamentari, il cui referendum confermativo della legge già approvata dal Parlamento, avrà luogo il 20-21 settembre prossimo.

5stelle ha insistito per questo taglio in base al principio neoliberista della riduzione dei costi della politica, dimenticando che la politica ha un così alto valore per cui ciò che conta maggiormente non è il numero dei parlamentari, ma la loro qualità, la quale è tanto scadente oggi da fomentare nell’immaginario collettivo l’idea che la presenza di molti parlamentari costituisca uno spreco di denaro.

Quello che c’è da porre in evidenza non è la diminuzione di spesa, che è davvero minima (si tratterebbe all’incirca di 50 milioni all’anno), ma è il problema della rappresentatività democratica di tutti gli italiani.

Il Parlamento infatti è costituito da persone che rappresentano gli interessi di tutti gli italiani considerati nel loro complesso, i quali precedono quelli regionali o comunali.

La diminuzione dei parlamentari può apparire dunque come un atto contro l’unità e l’indivisibilità della Repubblica, di cui all’articolo 5 della Costituzione, ed ha, tra i molti altri, il gravissimo difetto di porre in secondo piano l’interesse nazionale, improvvidamente eliminato dalla Costituzione, dalla modifica del titolo quinto della stessa, operata da Bassanini, facendo rafforzare la rappresentatività degli interessi regionali.

Inoltre il taglio in questione creerebbe, stante l’attuale legge elettorale, una disparità di trattamento fra le varie regioni, per cui, ad esempio, l’Abruzzo che conta oltre 1,2 milioni di abitanti avrebbe solo 4 rappresentanti, mentre il Trentino Alto Adige che conta invece poco meno di un milione di abitanti ne avrebbe 5, e cioè uno in più dell’Abruzzo.

Ciò dimostra che, se si vuol diminuire il numero dei parlamentari, lo si deve fare nell’ambito di una riforma molto più ampia che riguarda la rappresentatività democratica in tutte le sue dimensioni (nazionale, regionale e comunale).

Professor Paolo Maddalena. Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

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