Il baratro economico

Il baratro economico

Il baratro economico nel quale è caduta l’Italia l’ultima speranza è solo la “Attuazione della Costituzione”

L’Italia versa in un “disastro” senza precedenti, e la cosa più grave è che la gente vive nella più
completa indifferenza e, anche a causa di un certo tipo di comunicazione dal linguaggio non
veritiero, non si rende conto che siamo tutti caduti in un baratro e non abbiamo più nessuna
possibilità, date le strettoie del bilancio pubblico, di tutelare il nostro territorio dall’invadenza dei
potentati economici, sia italiani che stranieri, i quali continuano a distruggere quel poco di suolo
agricolo che ci è rimasto. Abbiamo svenduto tutte le nostre banche pubbliche.
Abbiamo svenduto l’INA, l’ENI, l’ENEL e l’IRI con tutti i nostri gioielli di famiglia,
abbiamo svenduto interi territori: l’isola di Budelli nell’arcipelago della Maddalena e l’Isola Bella
delle Eolie, il Monte Cristallo e il Monte delle Tofane sopra Cortina d’Ampezzo, ampi tratti di
spiagge, centinaia di immobili artistici e storici (come, a Roma, la monumentale Zecca di piazza
Verdi, ceduta ai Cinesi e la Casina Valadier del Pincio ceduta a uno sceicco arabo), tutti i fari
marittimi (dieci li ha acquistati la Germania) e, fatto questo gravissimo, abbiamo e stiamo
continuando a cedere tutti gli strumenti che creano profitto: i servizi pubblici essenziali, le tratte
ferroviarie, le rotte aeree, ecc, Anche il turismo è caduto in mano straniera. Gli alberghi più
importanti non sono più italiani. In sostanza, sta avvenendo che “pompe aspiranti” tolgono la
ricchezza reale al nostro Paese e la trasferiscono altrove. Siamo destinati a una “miseria” senza fine,
e già il 30 per cento della popolazione è a rischio di povertà assoluta. E tutto questo mentre la
“disoccupazione”, specie quella giovanile, aumenta, a causa della contrazione degli investimenti e
delle inarrestabili delocalizzazioni delle industrie, e mentre menzognere voci ci stordiscono e ci
ingannano, venendoci a dire che l’economia è in ripresa. Sarà in ripresa per i magnati della finanza,
non certo per il Popolo italiano, per il quale il divario tra ricchi e poveri ha raggiunto livelli non più
sostenibili.
A questo punto dobbiamo chiederci perché avviene tutto questo. E la risposta è molto
semplice: senza che ce ne accorgessimo, a partire dal 12 febbraio 1981 (lettera di Andreatta a
Ciampi, con la quale il Tesoro esonerava la Banca d’Italia dall’obbligo di acquistare i buoni del
tesoro rimasti invenduti), il sistema economico produttivo di carattere keynesiano, al quale è
ispirata la nostra Costituzione (che implica la distribuzione della ricchezza e, con essa, il lavoro e il
benessere per tutti), per volontà della finanza internazionale, e con l’asservimento dei nostri
governanti, è stato trasformato, con legge dopo legge (tutte costituzionalmente illegittime), in un
sistema economico “predatorio”, ispirato al pensiero dominante “neoliberista”, che ha prodotto la
“finanziarizzazione” del mercato, facendo valere come danaro contante il debito (derivati e
cartolarizzazioni) e accentrando la ricchezza (reale e fittizia) nelle mani di pochi soggetti i quali
hanno conquistato gli istituti finanziari internazionali (Banca mondiale e Fondo monetario
internazionale, BCE e tutte le banche centrali), facendole divenire “banche private”. La finanza,
oggi, è dominata da poteri privati, che fanno gli interessi dei privati e portano alla rovina i Popoli e
le Nazioni. Anche i Trattati europei, con il patto di stabilità e il fiscal compact, hanno decretato la
nostra rovina. Si pretende che l’enorme “debito”, che ci ha messo sulle spalle la speculazione
finanziaria internazionale, sia pagato dai cittadini. Ma come è possibile diminuire il debito, se tutte
le fonti di produzione della ricchezza sono passate in mani straniere e se, con nostre leggi, abbiamo
considerato come “moneta” le “scommesse” (i derivati) delle Banche?
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Dunque, se davvero vogliamo recuperare la nostra dignità di Paese libero e democratico,
dobbiamo agire (ed è possibile farlo anche senza chiedere modifiche dei Trattati europei vigenti)
contro i dettami di questo sistema economico, che deprime e imprigiona l’espansione della nostra
economia.
C’è un ostacolo, tuttavia, da superare: è il fatto che buona parte della dottrina e della
giurisprudenza non riesce ancora a sganciarsi dall’influenza nefasta della cultura giuridica borghese,
che ora si allaccia perfettamente all’influenza del pensiero unico dominante del neoliberismo.
E’ indispensabile che i giuristi si rendano conto di una necessità finora passata sotto silenzio: quella
di leggere i codici, scritti sotto l’impero dello Statuto albertino, alla luce della Costituzione, e non,
come quasi sempre si è fatto finora, leggere la Costituzione democratica e repubblicana alla luce
delle leggi emanate sotto il dominio della cultura giuridica borghese propria dello Statuto di Carlo
Alberto.
I concetti da precisare sono essenzialmente due: il primo riguarda la nozione di Stato, il
secondo riguarda il concetto di “proprietà”. Per lo Statuto albertino (che proteggeva i beni, e cioè i
ricchi, e non le “persone”) lo Stato è lo “Stato persona” giuridica (una maschera dietro la quale si
nascondeva il potere del re e del suo Governo), per la Costituzione repubblicana, lo Stato è lo “Stato
comunità”, cioè il Popolo, al quale “appartiene” la “sovranità”, che esso “esercita” “nelle forme e
nei limiti della Costituzione”.
Corrispondentemente, è cambiata anche la nozione di “proprietà pubblica”. Per lo Statuto albertino
la “proprietà pubblica” coincideva con la “proprietà” dello “Stato persona”, il quale, nello stesso
tempo era “proprietario” e “gestore” dei propri beni (il Popolo non aveva, per così dire, voce in
capitolo). Per la Costituzione repubblicana la “proprietà pubblica” è “la proprietà collettiva
demaniale”, che spetta al Popolo a titolo di sovranità (M.S. Giannini), mentre lo Stato persona si
identifica con la Pubblica Amministrazione, alla quale è affidato il compito di “gestire” detti beni
del Popolo (A. Sandulli). Oggi si continua a fare confusione su questo dirimente punto (cadono
nell’errore anche gli autori che parlano di “beni comuni”, ritenendo che il “demanio”, i “beni
demaniali”, siano in proprietà dello “Stato persona”, e non, come poco sopra di diceva, “proprietà
collettiva demaniale” del Popolo sovrano).
Con le sopra citate leggi, per così dire, “espropriative” della “proprietà pubblica” del popolo
sovrano, quasi tutti i “beni pubblici” sono passati ai “privati”. Ora è indispensabile un cammino
inverso. Bisogna bloccare le micidiali “privatizzazioni” di “beni e servizi pubblici”, bisogna
“nazionalizzare” tutte le industrie e le banche salvate dal fallimento con danaro pubblico, bisogna
avere almeno una “banca pubblica”, che possa effettivamente dare credito alle imprese meritevoli
(come, del resto, avviene in Germania).
Il rimedio più semplice e più urgente da attuare, come ricordava il Keynes, è “l’investimento
pubblico” (che i Trattati europei, comunque, non vietano) in attività che non producano merci da
collocare sul mercato. Dunque, investiamo nel ristabilimento dell’equilibrio idrogeologico
dell’Italia, investiamo per mettere in sicurezza le zone sismiche, investiamo nella ricerca,
investiamo, finalmente, nei programmi per la “riconversione ecologica delle Città e dei Territori”.

Paolo Maddalena

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